La canzone d'autore e la traduzione:
 
VLADIMIR VYSOTSKY (1938-1980)
Vladimir Vysotsky (Vysockij) era nato il 25 gennaio 1938 nel centro di Mosca, figlio di un sottotenente di carriera e di una interprete di tedesco. E’ un periodo terribile nella storia Sovietica, il momento delle grandi "purghe" staliniane. Nel 1946 i genitori divorziano, e l’anno seguente il padre viene trasferito in Germania Est, dove conduce il piccolo Vladimir insieme alla sua nuova compagna, una donna armena. Nel 1949 tornano a Mosca. Gli anni scolastici scorrono tranquilli, finché nell’ultimo anno di liceo comincia a frequentare un circolo di teatranti. Vorrebbe continuare, ma suo padre si oppone e lui si iscrive ad un corso di ingegneria.

Viene spedito in campagna. Nel 1956 viene subito bocciato al primo esame, e lì capisce che è inutile sforzarsi. Studia per entrare nell’istituto di teatro e nulla lo distoglie da questo, neanche i tragici fatti del 1956. Una volta entrato studia accanitamente l’uso della voce, anche se all’epoca viene ritenuto assolutamente inadatto al canto. Il 1960 è un anno importante. Si sposa con Iza, una compagna di corso, dalla quale divorzia l’anno seguente; incontra Aleksandr Galich, il poeta chansonnier che, con Bulat Okudzhava, ha lanciato in Unione Sovietica la poesia popolare cantata. "Grattando" la sua chitarra a sette corde, Vysotsky inizia così a cantare canti di prigione e di malavita. E nello stesso anno debutta in ruoli minori sia al teatro che al cinema. Nel 1961 scrive la sua prima canzone, intitolata "Il Tatuaggio". Già in queste prime fasi, quasi per gioco, un suo amico registra le sue canzoni e gradualmente inizia una sorta di distribuzione "porta a porta" che contraddistinguerà tutta la sua vita.

Le sue canzoni cominciano a circolare, anche se il suo nome è ancora sconosciuto. Già nel 1963, a Vysotsky capita di sentire alcune sue canzoni rimanipolare e cambiate nelle strade di Mosca. In quello stesso anno si sposa per la seconda volta, con Ljud’mila Abramova, conosciuta sul set di un film a Leningrado, ma soprattutto inizia quella specie di "fuoco sacro" che lo porta a produrre e scrivere instancabilmente.

Nel 1964 un provino per Ljubimov, direttore del prestigioso teatro Taganka. Curiosamente, Ljubimov non è convinto delle sue doti di attore, ma lo prende con sé perché affascinato dalle sue canzoni che cominciavano ad essere già note. Ma già nel 1965 è a pieno titolo uno degli attori principali del Taganka, dove svolgerà ruoli memorabili: Kerenskij nei "Dieci giorni che sconvolsero il mondo", e poi soprattutto "Galileo" di Brecht. Esce il suo primo disco, colonna sonora del film "Verticale". Nel 1967 interpreta il ruolo di Majakovskij in una pièce intitolata "Ascoltate Majakovskij", e poi il Pugachëv di Esenin. E’ il suo trionfo come attore. Marina Vlady descrive così la scoperta di questo attore: "Sul palcoscenico si dibatte e urla un uomo a torso nudo, con le braccia e il petto stretti dalle catene. L’impressione è terrificante. Sul piano inclinato del palco altri quattro uomini tendono le catene che hanno la duplice funzione di rete e di lacci...Come tutti gli spettatori, anch’io sono scossa dalla forza dell’attore, dalla sua disperazione e dalla sua voce incredibile. La sua presenza sulla scena getta nell’ombra tutti gli altri: solo lui sembra captare la luce. Il pubblico, in piedi, applaude calorosamente." Vysotsky diventa un idolo, un attore leggendario.

L’anno seguente l’incontro con Marina Vlady diventa un grande amore che andrà avanti fino alla fine, in mezzo a mille difficoltà di ordine pratico e logistico. Per Vysotsky è un periodo di instancabile frenesia lavorativa. Recita, scrive, compone in continuazione, giorno e notte. Nel contempo è il momento in cui in Russia si vuol dare una stretta contro gli intellettuali indisciplinati. Ci sono processi, e contro Vysotsky, in modo più o meno diretto, viene organizzata una campagna stampa contraria. Da allora in poi le autorità scelgono la strada di un sistematico boicottaggio. Gli verrà negato ogni riconoscimento; cosa che logorerà progressivamente la sua tenuta nervosa. Vysotsky diventa una specie di "uomo invisibile": non viene ammesso nell’Unione degli Scrittori, si cerca ogni espediente per annullargli i concerti e, naturalmente, niente dischi, a parte cinque 45 giri in 25 anni di attività, con le canzoni più anodine e insignificanti. Gli restano i concerti, ed era capace di farne quattro in un giorno solo, sempre a patto che qualche solerte funzionario non facesse in tempo a proibirlo. Nel contempo si susseguono delle pericolose e deliranti sbronze che ne minano fortemente la salute. E’ indisciplinato e spesso inattendibile, e questo gli crea problemi con Ljubimov. Nel 1970 inserisce in uno spettacolo la canzone "La caccia ai lupi" (Ohota na volkov), destinata a diventare uno dei suoi maggiori successi, una favola sulla libertà.

Il 1ş dicembre 1970 si sposa con Marina Vlady, ma la coppia dovrà aspettare cinque anni per avere un appartamento proprio. Nel 1971, dopo aver litigato con Ljubimov e la Vlady per le sue intemperanze, si impegna a fondo per l’ "Amleto" del Taganka, e sarà uno dei suoi ruoli più memorabili. L’eterodossia era palesata già dal fatto che, nella parte di Amleto, Vysotsky imbracciava la sua chitarra. E’ un ruolo che perfezionerà fino alla fine, l’ultimo che ha recitato prima di morire. Nel 1975, grazie all’intercessione della Vlady, che nel frattempo si era iscritta al Partito Comunista Francese, ottiene un visto d’uscita e inizia un periodo di grandi viaggi. Ma proprio come Arkadij Renko, non pensa mai di fuggire. Sa bene, come dice lui stesso, di non esistere senza il suo popolo e senza il suo paese. Ma i viaggi continui e la sua sempre maggiore irregolarità lo portano lontano dalla disciplina del teatro, col quale si reincontrerà sempre in maniera travagliata. Nel 1977 recita l’Amleto in Francia, ma scompare all’improvviso e viene ritrovato all’alba completamente ubriaco. Col passare del tempo diventa sempre più ossessionato dalla mancanza di tempo, come se presagisse la fine imminente. Nel 1979 viene salvato in extremis dopo una crisi cardiaca; al bere si è aggiunta la dipendenza dalla morfina. E’ il colpo di grazia.

Il 25 luglio 1980, mentre si stanno svolgendo le Olimpiadi di Mosca, Vladimir Vysotsky muore per un arresto cardiaco. I suoi funerali diventano una spontanea manifestazione di massa, con una fila di 9 chilometri che segue il suo feretro. Da allora la tomba di Vysotsky è meta di continui pellegrinaggi.

Ma la sua biografia continua anche dopo la morte. Ripetutamente, anno dopo anno, a Jurij Ljubimov è stato proibito di organizzare delle commemorazioni fino alla fine, nel 1991, dell’Unione Sovietica.

Solo nel 1987, con la "Perestrojka" gorbacioviana, sono arrivati i primi riconoscimenti ufficiali e le sue canzoni sono state pubblicate su disco; è stato persino creato un "Museo Vysotsky", fatto singolare e forse poco adatto alla sua figura, fatto peraltro da lui già intuito nelle poesia "Il Monumento".

 
 
CANZONI
Versione di Riccardo Venturi e Oksana Bondareva
BOL’ŠOJ KARETNYJ
Posvjašcheno Leve Kocherjanu

    Gde tvoj semnadcat' let?
      - Na Bol'šom Karetnom.
    Gde tvoj semnadcat' bed?
      - Na Bol'šom Karetnom.
    Gde tvoj chernyj pistolet?
      - Na Bol'šom Karetnom.
    A gde tebja segodnja net?
      - Na Bol'šom Karetnom.

Pomniš' li, tovarišch, etot dom? Net, ne zabyvaeš' ty o nem. Ja skazhu, chto tot polzhizni poterjal, Kto v Bol'šom Karetnom ne byval. Ešche by, ved'
Gde tvoi semnadcat' let? - Na Bol'šom Karetnom. Gde tvoi semnadcat' bed? - Na Bol'šom Karetnom. Gde tvoj chernyj pistolet? - Na Bol'šom Karetnom. A gde tebja segodnja net? - Na Bol'šom Karetnom.
Pereimenovan on teper', Stalo vse po novoj tam, ver' ne ver'. I vse zhe, gde b ty ni byl, gde ty ni bredeš', Net-net da po Karetnomu projdeš'. Ešche by, ved'
Gde tvoi semnadcat' let? - Na Bol'šom Karetnom. Gde tvoi semnadcat' bed? - Na Bol'šom Karetnom. Gde tvoj chernyj pistolet? - Na Bol'šom Karetnom. A gde tebja segodnja net? - Na Bol'šom Karetnom.
1962
BOL’ŠOJ KARETNYJ [*]
Dedicato a Lev Kocherjan

    Dove sono i tuoi diciassette anni?
      - Sul Bol’šoj Karetnyj.
    Dove sono le tue diciassette sventure?
      - Sul Bol’šoj Karetnyj.
    Dov’č la tua pistola nera?
      - Sul Bol’šoj Karetnyj.
    Dov’č che non sei piů oggi?
      - Sul Bol’šoj Karetnyj.

Ti ricordi di questa casa, Compagno? No, di certo non te la sei scordata. Chi non č mai stato sul Bol’šoj Karetnyj S’č perso metŕ della sua vita. Lo credo bene!
Dove sono i tuoi diciassette anni? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dove sono le tue diciassette sventure? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dov’č la tua pistola nera? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dov’č che non sei piů oggi? - Sul Bol’šoj Karetnyj.
Oggi hanno cambiato il suo nome E tutto ha un volto nuovo, che tu ci creda o no. Eppure, ovunque tu sia, ovunque tu vada Passerai per il Bol’šoj Karetnyj. Lo credo bene!
Dove sono i tuoi diciassette anni? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dove sono le tue diciassette sventure? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dov’č la tua pistola nera? - Sul Bol’šoj Karetnyj. Dov’č che non sei piů oggi? - Sul Bol’šoj Karetnyj.
1962
[*] Oggi Via Ermolova. E’ una strada del centro di Mosca.

PESNJA O SENTIMENTAL’NOM
BOKSERE

Udar, udar... Ešche udar...
Opjat' udar - i vot
Boris Butkeev (Krasnodar)
Provodit apperkot.

Vot on prizhal menja v uglu, Vot ja edva ušel... Vot apperkot - ja na polu I mne nehorošo! I dumal Butkeev, mne cheljust' kroša: I zhit' horošo, i zhizn' horoša!
Pri schete sem' ja vse lezhu - Rydajut zemljachki. Vstaju, nyrjaju, uhozhu - I mne idut ochki.
Nepravda, budto by k koncu Ja sily beregu, - Bit' cheloveka po licu Ja s detstva ne mogu.
No dumal Butkeev, mne rebra kruša: I zhit' horošo, i zhizn' horoša!
V tribunah svist, v tribunah voj: "Atu ego, on trus!" Butkeev lezet v blizhnij boj - A ja k kanatam zhmus'.
No on prolez - on sibirjak, Nastyrnje oni, - I ja skazal emu: "Chudak! Ustal ved' - otdohni!"
No on ne uslyšal - on dumal, dyša: Chto zhit' horošo, i zhizn' horoša
A on vse b'et - zdorovyj, chert! - Ja vizhu - byt' bede. Ved' boks ne draka - eto sport Otvazhnyh i.t.d.
Vot on udaril - raz, dva, tri - I... sam lišilsja sil, - Mne ruku podnjal referi, Kotoroj ja ne bil.
Lezhal on i dumal, chto zhizn' horoša, Komu horoša, a komu - ni šiša!
1966
CANZONE DEL PUGILE
SENTIMENTALE

Un colpo, un colpo... un altro colpo...
Ancora un colpo...ed ecco che
Boris Butkeev, detto Krasnodar
Piazza un suo uppercut.

Mi spinge nell’angolo, Quasi gli sfuggo... Ma un suo uppercut mi stende a terra, E non mi sento affatto bene!
E Butkeev pensava, mentre mi spaccava la mascella: "Vivere č bello, la vita č bella!"
Si conta fino a sette e io sto ancora steso, Piangono a dirotto le mie compaesane. Mi rialzo, mi slancio, lo schivo E segno dei punti.
Non č vero che riservo Le mie forze per la fine, Dall’infanzia non mi riesce Colpire un uomo in faccia.
E Butkeev pensava, mentre mi spaccava le costole: "Vivere č bello, la vita č bella!"
Sulle tribune, fischi ed urla: "Attaccalo! E’ un vigliacco!" Butkeev cerca il corpo a corpo E io mi stringo alle corde.
Ma mi si butta addosso, č un siberiano Cocciuto come un mulo, E gli dico: "Sei un balordo! Sei stanco, eh? Riposati un po’! "
Ma lui non sentiva e pensava, ansimando, Che vivere č bello, la vita č bella!
E continua a picchiare, forte come un demonio, La vedo proprio buia. La boxe non č solo rissa, č uno sport Per uomini coraggiosi eccetera.
Ma ecco che colpisce: una, due, tre volte, Fino a perdere le forze. L’arbitro mi alza il braccio Con il quale non ho combattuto.
Lui stava a terra e pensava che la vita č bella. Bella per qualcuno; per altri, una rottura di palle!
1966

PARUS
Pesnja bespokojstva

A u del'fina -
Vzrezano brjuho vintom!
Vystrela v spinu
Ne ozhidaet nikto.
Na bataree
Netu snarjadov uzhe.
Nado bystree
Na virazhe!

Parus! Porvali parus! Kajus'! kajus'! kajus'!
Dazhe v dozore Mozheš' ne vstretit' vraga. I to ne gore - Esli bolit noga. Petli dvernje Mnogim skripjat, mnogim pojut: Kto vy takie? Zdes' vas ne zhdut!
Parus! Porvali parus! Kajus'! kajus'! kajus'!
Mnogie leta - Tem, kto poet vo sne! Vse chasti sveta Mogut lezhat' na dne, Vse kontinenty Mogut goret' v ogne, - Tol'ko vse eto - Ne po mne!
Parus! Porvali parus! Kajus'! kajus'! kajus'!
1966
LA VELA
o Canto dell’Inquietudine

L’elica ha squarciato il ventre al delfino,
Nessuno s’attende d’esser preso alla schiena.
I cannoni sono a corto di munizioni,
Bisogna sbrigarsi a virare.

La vela! Hanno strappato la vela! Mi pento! Mi pento, sě, mi pento!
Perfino di pattuglia puoi non incontrare il nemico. Una gamba che fa male non č dolore. I cardini delle porte, per alcuni cigolano e per altri cantano. Chi siete? Voi non siete attesi qui!
La vela! Hanno strappato la vela! Mi pento! Mi pento, sě, mi pento!
Lunga vita a coloro che cantano nel sogno, Il mondo intero puň giacere sul fondo. Tutti i continenti possono bruciare nel fuoco, Ma tutto questo non č di mio gusto.
La vela! Hanno strappato la vela! Mi pento! Mi pento, sě, mi pento!
1966

OHOTA NA VOLKOV

Rvus' iz sil - i iz vseh suhozhilij,
No segodnja - opjat' kak vchera:
Oblozhili menja, oblozhili -
Gonjat veselo na nomera!

Iz-za elej hlopochut dvustvolki - Tam ohotniki prjachutsja v ten', - Na snegu kuvyrkajutsja volki, Prevrativšis' v zhivuju mišen'.
Idet ohota na volkov, idet ohota - Na seryh hišchnikov, materyh i šchenkov! Krichat zagonšchiki, i lajut psy do rvoty, Krov' na snegu - i pjatna krasnje flazhkov.
Ne na ravnyh igrajut s volkami Egerja - no ne drognet ruka, - Ogradiv nam svobodu flazhkami, B'jut uverenno, navernjaka.
Volk ne mozhet narušit' tradicij, - Vidno, v detstve - slepje šchenki - My, volchata, sosali volchicu I vsosali: nel'zja za flazhki!
I vot - ohota na volkov, idet ohota - Na seryh hišchnikov, materyh i šchenkov! Krichat zagonšchiki, i lajut psy do rvoty, Krov' na snegu - i pjatna krasnje flazhkov.
Naši nogi i cheljusti bystry, - Pochemu zhe, vozhak, - daj otvet - My zatravlenno mchimsja na vystrel I ne probuem - cherez zapret?!
Volk ne mozhet, ne dolzhen inache. Vot konchaetsja vremja moe: Tot, kotoromu ja prednaznachen, Ulybnulsja - i podnjal ruzh'e.
Idet ohota na volkov, idet ohota - Na seryh hišchnikov, materyh i šchenkov! Krichat zagonšchiki, i lajut psy do rvoty, Krov' na snegu - i pjatna krasnje flazhkov.
Ja iz povinovenija vyšel - Za flazhki, - zhazhda zhizni sil'nej! Tol'ko szadi ja s radost'ju slyšal Udivlennje kriki ljudej.
Rvus' iz sil - i iz vseh suhozhilij, No segodnja ne tak, kak vchera: Oblozhili menja, oblozhili - No ostalis' ni s chem egerja!
Idet ohota na volkov, idet ohota - Na seryh hišchnikov, materyh i šchenkov! Krichat zagonšchiki, i lajut psy do rvoty, Krov' na snegu - i pjatna krasnje flazhkov.
1968
LA CACCIA AI LUPI

Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, ancora come ieri
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri, corrono ad appostarsi.

Dietro gli abeti un tramestio di fucili a canne doppie, I cacciatori sono acquattati nell'ombra, I lupi si rotolano sulla neve Trasformandosi in bersagli viventi.
La caccia ai lupi! La caccia! Ai predoni grigi, vecchi, e ai cuccioli. I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea, Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
I cacciatori non giocano alla pari Con i lupi, e le loro mani non tremano! Hanno accerchiato la nostra libertŕ con le bandierine, Ci colpiscono con certezza, sicuri di centrare il bersaglio.
Il lupo non puň rompere le tradizioni. Noi lupacchiotti, da piccoli, cuccioli ciechi Abbiamo succhiato la lupa, E con il suo latte, il divieto di oltrepassare le bandierine.
La caccia ai lupi! La caccia! Ai predoni grigi, vecchi, e ai cuccioli. I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea, Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
Le nostre zampe e le nostre mascelle sono veloci. E rispondi, tu che sei il capo branco, Perché ci avventiamo, braccati, contro i loro fucili E non cerchiamo di trasgredire il divieto?
Il lupo non puň, non deve agire diversamente. Ecco, č arrivata la mia ora. Colui al quale sono destinato Sorride e solleva il fucile.
La caccia ai lupi! La caccia! Ai predoni grigi, vecchi, e ai cuccioli. I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea, Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
Ho rifiutato di obbedire, Ho oltrepassato le bandierine - la sete di vita č piů forte! Ho solo sentito dietro di me, con gioia Le grida di stupore degli uomini.
Sono stremato, ho i tendini a pezzi, Ma oggi, non sono come ieri! Sono braccato. Braccato! E i cacciatori sono rimasti a mani vuote.
La caccia ai lupi! La caccia! Ai predoni grigi, vecchi, e ai cuccioli. I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea, Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
1968

PESNJA O ZEMLE

Kto skazal: "Vse sgorelo dotla,
Bol'še v zemlju ne brosite semja!"?
Kto skazal, chto Zemlja umerla?
Net, ona zatailas' na vremja!

Materinstva ne vzjat' u Zemli, Ne otnjat', kak ne vycherpat' morja. Kto poveril, chto Zemlju sozhgli? Net, ona pochernela ot gorja.
Kak razrezy, tranšei legli, I voronki - kak rany zijajut. Obnazhennje nervy Zemli Nezemnoe stradanie znajut.
Ona vyneset vse, perezhdet, - Ne zapisyvaj Zemlju v kaleki! Kto skazal, chto Zemlja ne poet, Chto ona zamolchala naveki?!
Net! Zvenit ona, stony gluša, Izo vseh svoih ran, iz otdušin, Ved' Zemlja - eto naša duša, - Sapogami ne vytoptat' dušu!
Kto poveril, chto Zemlju sozhgli?! Net, ona zatailas' na vremja...
1969
CANZONE DELLA TERRA

Chi ha detto: "Tutto č completamente secco,
Non tornerŕ piů il tempo della semina?"
Chi ha detto che la Terra č morta?
No, s’č nascosta per un po’...

Non possiamo impadronirci della fertilitŕ, Non possiamo, come non si puň svuotare il mare. Chi ha creduto che la Terra bruciasse? No, s’č annerita dal dolore...
Come crepe giacevano le trincee E le buche s’aprivano come ferite. I nervi della Terra messi a nudo Conoscono la pena piů profonda.
Sopporterŕ tutto, attenderŕ. Tra gli sciancati non mettere la Terra! Chi ha detto che la Terra non canta? Che ha perduto per sempre la parola?
No! Echeggia di gemiti soffocati, Da tutte le sue ferite, da ogni fessura, La Terra č dunque l’anima? Non calpestarla con gli stivali!
Chi ha creduto che la Terra bruciasse? No, s’č nascosta per un po’....
1969

PRERVANNYJ POLET

Kto-to vysmotrel plod, chto nespel, nespel,
Potrusili za stvol - on upal, upal...
Vot vam pesnja o tom, kto ne spel, ne spel,
I chto golos imel - ne uznal, ne uznal.

Mozhet, byli s sud'boj nelady, nelady, I so sluchaem plohi dela, dela, A tugaja struna na lady, na lady S nezametnym iz''janom legla.
On nachal robko - s noty "do", No ne dopel ee ne do...
Nedozvuchal ego akkord, akkord I nikogo ne vdohnovil... Sobaka lajala, a kot Myšej lovil...
Smešno! Ne pravda li, smešno! Smešno! A on šutil - nedošutil, Nedorasproboval vino I dazhe nedoprigubil.
On poka liš' zateival spor, spor Neuverenno i ne speša, Slovno kapel'ki pota iz por, Iz-pod kozhi sochilas' duša.
Tol'ko nachal duel' na kovre, Ele-ele, edva pristupil. Liš' chut'-chut' osmotrelsja v igre, I sud'ja ešche schet ne otkryl.
On hotel znat' vse ot i do, No ne dobralsja on, ne do...
Ni do dogadki, ni do dna, Ne dokopalsja do glubin, I tu, kotoraja ODNA Ne doljubil, ne doljubil!
Smešno, ne pravda li, smešno, Chto on spešil - nedospešil? Ostalos' nedorešeno, Vse to, chto on nedorešil.
Ni edinoju bukvoj ne lgu. On byl chistogo sloga sluga, On pisal ej stihi na snegu, - K sozhaleniju, tajut snega.
No togda ešche byl snegopad I svoboda pisat' na snegu. I bol'šie snezhinki, i grad On gubami hvatal na begu.
No k nej v serebrjanom lando On ne dobralsja i ne do...
Ne dobezhal, begun-beglec, Ne doletel, ne doskakal, A zvezdnyj znak ego - Telec - Holodnyj Mlechnyj Put' lakal.
Smešno, ne pravda li, smešno, Kogda sekund nedostaet, - Nedostajušchee zveno - I nedolet, i nedolet.
Smešno, ne pravda li? Nu, vot, - I vam smešno, i dazhe mne. Kon' na skaku i ptica vlet, - Po ch'ej vine, po ch'ej vine?
1973
IL VOLO INTERROTTO

Qualcuno scorse un frutto maturo,
Scossero il tronco e il frutto cadde.
Ed ecco a voi la canzone di chi non cantň,
Di chi non sapeva avere una voce.

Forse non era in sintonia col destino E con il caso -brutti affari- E la corda tesa per gli accordi Si tendeva con un difetto impercettibile.
Lui iniziň timidamente con un "do" Ma non fině di cantarlo...
Il suo accordo non risuonň E non ispirň nessuno. Un cane abbaiava e un gatto Acchiappava i topi.
Č buffo, vero? Č buffo! E lui scherzava, ma non fině di scherzare, Non assaggiň il vino fino in fondo, E non lo portň neppure alle labbra.
Stava per attaccar briga, Ma incerto e senza alcuna fretta, Come goccioline di sudore dai porti L'anima trasudava sotto la pelle.
Aveva appena iniziato il duello sul tappeto Ebbe giusto il tempo di iniziare, Di orientarsi solo un po' nel gioco, Ma l'arbitro non dava il via.
Lui voleva conoscere tutto dall'A alla Z Ma non raggiunse...
Né il mistero, né il fondo, Non scavň fino alle viscere, E lei, che fun l'unica, Non la amň fino in fondo!
Č buffo, vero? Č buffo! Lui si affrettň, ma non abbastanza, Lasciň irrisolto Tutto quel che non aveva risolto.
Non mento neppure di una virgola, Lui era schiavo di uno stile puro, Lui scriveva dei versi sulla neve, Ma, ahimč! Le nevi si sciolgono.
A quel tempo la neve continuava a cadere E si era liberi di scrivere sulla neve. Lui afferrava con le sue labbra, correndo, I grandi fiocchi di neve e la grandine.
Andando verso di lei in un landň d'argento, Non la raggiunse...
Il fuggiasco, l'evaso non corse, Non volň, non saltň abbastanza, E il suo segno zodiacale -il Toro- Bevve la fredda Via Lattea.
Č buffo, vero? Č buffo! Per una manciata di secondi, Per un anello mancante, Un volo interrotto! Č buffo, vero? Č buffo! Č buffo per voi e persino per me. Un cavallo al galoppo e il volo di un uccello, - Ma di chi č la colpa?
1973

RASSTREL GORNOGO EHA

V tiši perevala, gde skaly vetram ne pomeha,
Na kruchah takih, na kakie nikto ne pronik,
Zhilo-pozhivalo veseloe gornoe,
               gornoe eho,
Ono otzyvalos' na krik - chelovecheskij krik.

Kogda odinochestvo komom podkatit pod gorlo I sdavlennyj ston ele slyšno v obryv upadet, - Krik etot o pomošchi eho podhvatit, podhvatit provorno, Usilit i berezhno v ruki svoih doneset.
Dolzhno byt', ne ljudi, napivšis' durmana i zel'ja, Chtob ne byl uslyšan nikem gromkij topot i hrap, - Prišli umertvit', obezzvuchit' zhivoe, zhivoe ušchel'e. I eho svjazali, i v rot emu vsunuli kljap.
Vsju noch' prodolzhalas' krovavaja zlaja poteha. I eho toptali, no zvuka nikto ne slyhal. K utru rasstreljali pritihšee gornoe, gornoe eho - I bryznuli kamni - kak slezy - iz ranennyh skal...
1974
LA FUCILAZIONE DELL’ECO

Nel silenzio del valico, dove le rocce non sbarrano il cammino ai včnti,
In questi anfratti dove nessuno č mai riuscito a penetrare
Viveva un’allegra eco dei monti,
Rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.

Quando la solitudine salirŕ alla gola come un nodo E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerŕ nell’abisso, Agile, l’eco afferrerŕ il grido d’aiuto, Lo rafforzerŕ e lo porterŕ via con cura nelle sue mani.
Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio, Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva, Se nessuno ne sentě i passi e i grugniti. Legarono l’eco e nella sua bocca misero un bavaglio.
Per tutta la notte continuň la farsa sanguinosa e crudele, L’eco venne calpestata, ma nessuno sentě nulla. All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata E pietre sprizzarono, come lacrime, dalle rocce ferite.
1974

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